Diritto all'oblio e Google: il Tribunale di Milano impone nuove regole

- Il Tribunale di Milano ha accolto un'azione inibitoria collettiva contro Google per le modalità di gestione del diritto all'oblio.
- Entro il 15 novembre 2026, Google dovrà aggiornare i moduli di richiesta permettendo l'invio di documenti allegati.
- I dinieghi alla deindicizzazione non potranno più essere generici, ma dovranno essere motivati sulla base degli elementi concreti presentati.
- La misura mira a superare l'ostacolo dei moduli ciechi che limitavano l'esercizio dell'articolo 17 del GDPR.
Immaginate un imprenditore che, cercando il proprio nome su Google, trova un articolo di dieci anni fa riguardante un procedimento giudiziario conclusosi con un proscioglimento. Decide di esercitare il diritto all'oblio, ma si scontra con un modulo online rigido, che non permette di caricare la sentenza di assoluzione e che, dopo giorni, restituisce una risposta standard di rifiuto. Senza spiegazioni, senza aver potuto provare la propria posizione. Questo scenario, comune per migliaia di utenti, è al centro di una decisione giudiziaria che cambia le regole del gioco tra i cittadini europei e il colosso di Mountain View.
Perché Google non può più rispondere con un no generico?
Il nodo della questione non risiede nel principio del diritto all'oblio, già ampiamente riconosciuto, ma nelle modalità operative di implementazione. Il Tribunale di Milano ha stabilito che un modulo di richiesta che non consenta di presentare la documentazione rilevante, unito a una risposta che non spieghi le ragioni del rifiuto, costituisca un ostacolo concreto all'esercizio di un diritto legale. Google non potrà più limitarsi a una risposta automatizzata o generica.
La sentenza impone che gli eventuali dinieghi siano motivati sulla base degli elementi concretamente presentati dagli interessati. In termini strategici, questo sposta l'onere della prova e della trasparenza: il motore di ricerca deve ora dimostrare di aver valutato i documenti forniti dall'utente per giustificare il mantenimento dell'indicizzazione. L'annuncio della sentenza chiarisce che l'adeguamento deve avvenire entro il 15 novembre 2026.
La fine dei moduli ciechi
Per anni, l'interfaccia di richiesta di deindicizzazione di Google è stata percepita come un imbuto unidirezionale. L'utente inseriva i dati e attendeva un esito, spesso senza poter contestare i fatti con prove documentali in fase di istanza. Questa architettura, definibile come modulo cieco, riduceva l'interazione a una scelta binaria gestita da algoritmi o operatori che non avevano accesso al contesto legale completo del richiedente.
Analisi di business: Per un'azienda o un professionista, l'identità digitale è un asset critico. La persistenza di informazioni obsolete o non più rilevanti può influenzare il rating creditizio, la reputazione commerciale o le opportunità di partnership. La fine dei moduli ciechi significa che la gestione della reputazione online (ORM) passa da una fase di speranza in una risposta favorevole a una fase di istanza documentata. Le imprese dovranno ora predisporre dossier probatori precisi per supportare le richieste di rimozione.
Documenti allegati e motivazioni concrete
La nuova procedura imposta dal Tribunale di Milano obbliga Google a integrare i propri sistemi per consentire l'invio di allegati. Non si tratta di un semplice aggiornamento tecnico, ma di un cambiamento procedurale. L'utente potrà allegare, ad esempio, sentenze di proscioglimento, documenti che attestino la natura obsoleta di una notizia o prove di trattamenti illeciti dei dati.
La richiesta di deindicizzazione, come indicato in alcuni modelli di riferimento, deve contenere elementi essenziali: i dati identificativi, gli URL specifici, i termini di ricerca (solitamente nome e cognome) e la motivazione. L'aggiunta della documentazione a sostegno diventa ora il perno su cui Google dovrà costruire la propria risposta. Se il diniego persiste, Google dovrà spiegare perché, nonostante i documenti presentati, l'interesse pubblico all'informazione prevalga ancora sulla riservatezza dell'interessato.
Il Tribunale di Milano e l'azione inibitoria collettiva
Il provvedimento non è frutto di un singolo ricorso, ma di un'azione inibitoria collettiva. Questo strumento giuridico permette di colpire una pratica sistematica che danneggia un'intera categoria di utenti. Il Tribunale ha agito per correggere una procedura di gestione delle richieste ai sensi degli articoli 17 e 21 del GDPR che era ritenuta insufficiente.
È fondamentale precisare che la ricostruzione della pronuncia si basa sul comunicato diffuso il 5 ottobre 2026 dai ricorrenti. Questo dettaglio è rilevante per comprendere l'ambito territoriale dell'ordine e le modalità di adeguamento richieste. L'azione collettiva dimostra come la pressione legale coordinata possa costringere i Big Tech a modificare interfacce utente (UI) che, pur sembrando neutre, in realtà condizionano l'esercizio dei diritti fondamentali.
Deindicizzazione contro cancellazione
Esiste spesso una confusione terminologica che può portare a errori strategici nella gestione della privacy. La deindicizzazione non equivale alla cancellazione del contenuto.
La deindicizzazione è un'operazione che riguarda esclusivamente il motore di ricerca. Il contenuto originale rimane online sul sito dell'editore, ma il collegamento scompare dai risultati di ricerca quando viene digitato il nome dell'interessato. È una misura più rapida da ottenere perché Google ha il controllo totale sul proprio indice. La cancellazione, invece, richiede di rivolgersi al titolare del trattamento, ovvero l'editore del sito o l'amministratore del forum, per rimuovere definitivamente il dato dal web.
Lettura critica: Questa distinzione è vitale per chi gestisce la compliance aziendale. Un'impresa che riceve una richiesta di cancellazione non può limitarsi a chiedere a Google di deindicizzare il link; deve valutare se il dato sia effettivamente da rimuovere dai propri server secondo i criteri del GDPR.
I sei presupposti dell'articolo 17 GDPR
L'esercizio del diritto all'oblio non è assoluto, ma subordinato a condizioni specifiche. L'articolo 17 del GDPR definisce i casi in cui un utente può legittimamente richiedere la cancellazione o la deindicizzazione dei propri dati personali:
- I dati non sono più necessari per le finalità con cui sono stati raccolti.
- L'interessato ha revocato il consenso e non esiste altra base giuridica per il trattamento.
- L'interessato si oppone al trattamento e non prevalgono motivi legittimi del titolare.
- I dati sono stati trattati in modo illecito.
- La cancellazione è necessaria per adempiere a un obbligo legale.
- I dati sono stati raccolti quando l'interessato era un minore.
Per approfondire le modalità operative di invio, è possibile consultare guide specializzate come quella di Lunyb, che analizza l'impatto di queste norme nel 2026.
La nuova gestione dell'oblio tra AI Act e giurisprudenza europea
L'evoluzione del diritto all'oblio si inserisce in un contesto normativo più ampio, dove l'AI Act e la giurisprudenza della Corte di Giustizia UE (si ricordi la sentenza Google Spain del 2014) definiscono i confini tra trasparenza e privacy. L'integrazione di sistemi di intelligenza artificiale nei motori di ricerca, come i Generative AI Experience, complica ulteriormente il quadro: se un'AI sintetizza un'informazione obsoleta in un paragrafo riassuntivo, la semplice deindicizzazione di un link potrebbe non essere più sufficiente.
Scenari futuri e indicatori: 1. Estensione della sentenza a tutti i motori di ricerca operanti in UE (Bing, DuckDuckGo). Indicatore: Emissione di provvedimenti analoghi da parte del Garante Privacy o di altri tribunali europei. 2. Integrazione di sistemi di upload documentale automatizzati e verificati tramite blockchain per certificare le sentenze. Indicatore: Aggiornamento dei termini di servizio di Google entro novembre 2026. 3. Conflitto tra diritto all'oblio e AI generative che 'allucinano' o ripropongono dati deindicizzati. Indicatore: Prime sentenze della Corte di Giustizia UE su AI Act e Art. 17 GDPR.
Implicazioni per le imprese italiane e l'UE
Per le imprese italiane, questa sentenza significa che la gestione dei dati personali non può più essere delegata a processi automatizzati e opachi. Chi gestisce portali di informazione o database di dati professionali deve attendersi un aumento delle richieste di cancellazione documentate e motivate. A livello europeo, il caso di Milano segna un precedente: l'interfaccia utente (UI) diventa parte integrante della conformità legale. Se un'interfaccia rende difficile l'esercizio di un diritto, l'azienda è sanzionabile, indipendentemente dal fatto che il diritto sia formalmente riconosciuto. Questo allinea la gestione della privacy ai principi di trasparenza richiesti anche dal NIS2 e dall'AI Act, dove la documentazione e la motivazione delle decisioni automatizzate diventano obblighi stringenti.
Domande frequenti
Cosa succede se Google continua a rifiutare la deindicizzazione nonostante i documenti?
L'interessato può presentare un reclamo formale al Garante per la protezione dei dati personali o agire in giudizio per ottenere un provvedimento di obbligo.
La deindicizzazione elimina l'articolo dal sito del giornale?
No, l'articolo resta online sul sito originale. Scompare solo il collegamento nei risultati di ricerca associati al nome della persona.
Qual è la scadenza per l'adeguamento dei moduli di Google?
Il Tribunale di Milano ha fissato il termine al 15 novembre 2026.
Fonti: Agendadigitale, Leggeinchiaro, Lunyb ·
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