Ciarrocchi: l'energia per la ceramica costa in Italia il 50% in più che in UE

- L'energia in Europa costa tre volte più che nel resto del mondo, con l'Italia che paga il 50% in più dei competitor UE.
- Il settore cresce nei volumi di produzione (piastrelle +5,7% nel 2025) ma vede ridursi i margini e il fatturato.
- Pressione esterna dai dazi USA (saliti al 15%) e dall'avanzata di produttori low cost cinesi e indiani.
- Forte critica politica al sistema ETS europeo, giudicato penalizzante per la competitività manifatturiera.
Il settore ceramico italiano attraversa una fase di paradossale divergenza. Se i volumi di produzione tengono e l'export rimane il pilastro della filiera, la redditività viene erosa da una struttura dei costi energetici che non trova riscontri nel mercato globale. I dati emersi durante le ultime edizioni di Cersaie, il Salone Internazionale della Ceramica per l'Architettura e dell'Arredobagno, delineano un quadro di vulnerabilità strategica per un comparto che muove miliardi di euro.
Augusto Ciarrocchi e l'allarme sui costi
Augusto Ciarrocchi, presidente di Confindustria Ceramica, ha assunto il ruolo di principale portavoce di un'industria che si sente assediata. La sua analisi non riguarda solo la fluttuazione dei prezzi, ma una disparità strutturale che mina le basi stesse della concorrenza. Ciarrocchi ha dichiarato esplicitamente che 'L’energia costa ai produttori europei tre volte di più rispetto al resto del mondo'.
Il dato diventa ancora più critico se si osserva la posizione dell'Italia all'interno del mercato unico. Secondo il presidente di Confindustria Ceramica, le imprese italiane pagano l'energia il 50% in più rispetto ai loro stessi concorrenti europei. Questa sovrapposizione di svantaggi — globale rispetto all'Europa e locale rispetto agli altri stati UE — crea un effetto a tenaglia che rischia di frenare gli investimenti necessari per l'ammodernamento tecnologico.
L'allarme di Ciarrocchi non è un richiamo generico, ma un monito legato alla sopravvivenza della competitività. In un settore energivoro per definizione, dove il calore dei forni è l'input primario, un differenziale di costo così marcato si traduce direttamente in una perdita di quote di mercato a favore di aree geografiche con costi energetici inferiori.
Perché l'energia costa tre volte di più in Europa?
La questione energetica è diventata il nodo centrale di ogni riflessione strategica, come sottolineato anche da Gianpiero Calzolari, presidente di BolognaFiere, definendo l'energia come una delle principali conseguenze delle tensioni internazionali. La disparità di costo tra l'Europa e il resto del mondo non è un incidente di percorso, ma il risultato di una combinazione di fattori geopolitici e regolatori.
Mentre i produttori extra-europei beneficiano di mercati energetici più deregolamentati o di sussidi statali massicci, l'industria europea deve fare i conti con una transizione ecologica accelerata e costi di approvvigionamento influenzati dall'instabilità dei mercati globali. Le tensioni geopolitiche hanno reso l'approvvigionamento più costoso e incerto, colpendo duramente i paesi che, come l'Italia, hanno una dipendenza storica da determinate fonti energetiche.
A questo si aggiunge l'impatto delle politiche climatiche dell'Unione Europea, che pur mirando alla sostenibilità, hanno creato un differenziale di prezzo che rende i prodotti europei meno competitivi rispetto a quelli provenienti da paesi con standard ambientali meno stringenti e costi energetici drasticamente più bassi.
Più metri quadrati ma meno margini
L'analisi dei dati di Confindustria Ceramica rivela un fenomeno economico preoccupante: la crescita dei volumi non si traduce più in crescita del valore. Questo scollamento è evidente nei numeri del 2025 relativi al comparto delle piastrelle e delle lastre ceramiche.
Nel 2025, le aziende italiane hanno prodotto 390,9 milioni di metri quadrati di piastrelle, segnando un incremento del 5,7% rispetto all'anno precedente. Parallelamente, le vendite sono salite a 386,9 milioni di metri quadrati, con un aumento del 2,3%. Tuttavia, nonostante l'aumento della quantità di prodotto immesso sul mercato, il fatturato complessivo ha registrato una lieve flessione dello 0,4%, attestandosi a 6 miliardi di euro.
Analisi di business: Questo scenario indica che le imprese stanno vendendo di più, ma a prezzi che non riescono a coprire l'aumento dei costi di produzione. La marginalità si riduce perché l'incremento dei costi industriali (energia in primis) assorbe interamente il beneficio derivante dall'aumento dei volumi. Le aziende sono costrette a lavorare di più per guadagnare meno, una dinamica insostenibile nel lungo periodo che erode la capacità di autofinanziamento e innovazione.
Il quadro generale della filiera conferma questa tenuta quantitativa a fronte di una fragilità economica. L'industria ceramica italiana ha chiuso il 2025 con un fatturato di 7,5 miliardi di euro, coinvolgendo 242 aziende attive e oltre 25.500 addetti diretti (dato che sale a circa 40.000 addetti se si considera l'intera filiera includendo sanitari, stoviglieria e laterizi).
I dazi americani e l'avanzata dei produttori low cost
Mentre l'Europa lotta con i costi interni, il fronte esterno si fa più aggressivo. Il mercato statunitense, storicamente strategico per l'export italiano, ha innalzato le barriere doganali. I dazi americani sono stati fissati al 15%, un salto significativo rispetto alle tariffe dell'8,6% precedentemente in vigore.
Questo aumento tariffario agisce come un ulteriore freno alla competitività del Made in Italy, rendendo i prodotti italiani più costosi per il consumatore americano proprio mentre i costi di produzione in Italia salgono. In questo vuoto di competitività si inseriscono i produttori low cost. La concorrenza dei produttori cinesi è ormai consolidata, ma emerge con forza crescente l'avanzata dell'industria indiana.
Questi competitor non competono solo sul prezzo, ma beneficiano di costi energetici drasticamente inferiori e di regolamentazioni ambientali meno onerose. La combinazione tra dazi USA e pressione asiatica mette a rischio il saldo commerciale attivo della filiera, che nel 2024 era stato di 5 miliardi di euro.
Il sistema ETS tra critiche dei ministri e pragmatismo
Dietro le quinte delle fiere e dei convegni, il dibattito si è spostato sul piano politico, con un focus specifico sul sistema ETS (Emission Trading System) dell'Unione Europea. Durante l'inaugurazione di Cersaie 2026, il clima è stato di aperta contestazione verso Bruxelles.
Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, insieme al ministro Foti, ha preso una posizione netta, bocciando l'attuale sistema ETS. La critica principale risiede nel fatto che i vincoli della transizione ecologica, così come impostati, agiscano come un cappio per la competitività industriale. La richiesta del governo italiano è chiara: pragmatismo e neutralità tecnologica.
Il concetto di neutralità tecnologica implica che l'UE non debba imporre un'unica via per la decarbonizzazione, ma permettere alle imprese di scegliere la soluzione più efficiente per il proprio processo produttivo, evitando che le normative diventino un ostacolo insormontabile. I ministri hanno chiesto che l'Europa difenda il Made in Italy, evitando che la spinta verso il green si trasformi in un suicidio industriale.
Per comprendere l'entità della sfida, è utile osservare i dati della partecipazione a Cersaie: 597 espositori da 24 Paesi su 145mila metri quadrati. La dimensione dell'evento conferma l'importanza del settore, ma il contenuto dei dibattiti rivela che la fiera non è più solo una vetrina di design, ma un forum di resistenza industriale.
La competitività del Made in Italy tra regolazione UE e costi energetici
Il settore ceramico è oggi il banco di prova per l'intera manifattura energivora europea. La sfida non è più solo tecnologica, ma regolatoria. Se l'UE non riuscirà a bilanciare gli obiettivi climatici con la protezione dei propri campioni industriali, il rischio è una deindustrializzazione silenziosa.
L'industria italiana ha dimostrato una capacità di tenuta notevole, mantenendo un fatturato di circa 7,5 miliardi di euro nonostante le tempeste energetiche. Tuttavia, la crescita dei volumi a fronte di margini ridotti è un segnale di allarme. Il nodo dell'energia resta l'unico vero ostacolo che impedisce al settore di capitalizzare pienamente la propria eccellenza qualitativa.
Per gli imprenditori italiani, questo significa che la strategia di crescita non può più basarsi solo sull'innovazione di prodotto o sul design, ma deve includere una gestione aggressiva dell'efficienza energetica e una pressione costante sulle istituzioni per ottenere condizioni di parità (level playing field) rispetto ai competitor extra-UE.
Scenari futuri e indicatori:
- Scenario di stabilizzazione: Un allineamento dei costi energetici UE verso la media globale. Indicatore: Riduzione del differenziale di prezzo del gas industriale tra Italia e USA entro il 2027.
- Scenario di erosione: Ulteriore aumento dei dazi USA o nuove barriere all'export. Indicatore: Calo del saldo commerciale della filiera sotto i 4 miliardi di euro nel prossimo bilancio annuale.
- Scenario di riforma: Revisione del sistema ETS verso la neutralità tecnologica. Indicatore: Pubblicazione di nuovi regolamenti UE sulla decarbonizzazione che includano deroghe per i settori energivori strategici.
In sintesi, per le imprese italiane e per l'UE, la questione ceramica è emblematica: se il Made in Italy soccombe sotto il peso dei costi energetici e di una regolazione rigida, l'intera strategia di autonomia strategica europea rischia di fallire, lasciando spazio a un mercato dominato da produttori low cost con standard ambientali inferiori.
Domande frequenti
Qual è il problema principale dell'industria ceramica italiana oggi?
Il costo dell'energia, che in Europa è tre volte superiore rispetto al resto del mondo e in Italia è più alto del 50% rispetto alla media europea.
Come sono variati i volumi di produzione e il fatturato nel 2025?
La produzione di piastrelle è cresciuta del 5,7% (390,9 milioni di mq), ma il fatturato complessivo del comparto è lievemente calato dello 0,4%, attestandosi a 6 miliardi di euro.
Qual è l'impatto dei dazi americani?
I dazi sono passati dall'8,6% al 15%, riducendo la competitività dei prodotti italiani nel mercato USA e favorendo i produttori low cost.
Fonti: Design, Ilsole24ore, Lapressa ·
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